Nella stabilità del mercato si rafforzano crescita e sviluppo del Pecorino Romano [intervista a Gianni Maoddi]

Gianni Maoddi – Presidente del Consorzio del Pecorino Romano Dop
L’obiettivo è quello di dare stabilità all’intera filiera di uno dei grandi formaggi del panorama caseario italiano, uno dei simboli dell’export Made in Italy, in questa fase alle prese con azioni di pressing per eliminare i dazi imposti dagli Stati Uniti. “Le vendite negli Usa pesano per circa il 60% dell’intero export – specifica il presidente del Consorzio del Pecorino Romano Dop, Gianni Maoddi -. Il restante 40% prende la via dell’Unione europea e dei Paesi terzi”.
Presidente Maoddi, in attesa dei dati dell’export, cosa vi aspettate?
“I primi otto mesi del 2025 hanno visto una crescita tendenziale delle esportazioni di Pecorino Romano verso gli Stati Uniti, dobbiamo verificare i dati dei mesi successivi, dove potrebbe verificarsi un calo, dal momento che la preoccupazione per l’applicazione dei dazi nei mesi scorsi ha impresso un boom delle vendite e, a tutti gli effetti, un anticipo degli acquisti da parte degli importatori americani. Di certo non aiuta la debolezza del dollaro, con il consumatore chiamato a pagare di più in valore in parte per effetto dei dazi e in parte per la svalutazione del biglietto verde”.
Chi è colpito maggiormente, accanto ai consumatori americani?
“A preoccuparci maggiormente come Consorzio del Pecorino Romano Dop è il segmento industriale: il nostro formaggio, avendo un gusto deciso e particolare, è molto apprezzato come ingrediente, ma la logica di acquisto dell’industria di trasformazione che impiega il nostro prodotto a livello di ingrediente è molto basata sul prezzo. Quindi, non vorremmo che un costo superiore dovuto ai dazi di Trump finisse per orientare l’industria di trasformazione e il settore dei preparati verso altre tipologie di formaggio, o che portasse a ridurre il volume di prodotto utilizzato. Paradossalmente, con un formaggio come il Pecorino Romano Dop che vale circa 32-35 dollari al chilogrammo, il dazio incide per circa 1,50-1,80 euro al chilogrammo e colpisce un consumatore medio-alto. In ogni caso, anche grazie all’impegno del ministro Lollobrigida, che nel frattempo ha attivato le misure per l’acquisto del formaggio e la distribuzione agli indigenti attraverso due bandi, la diplomazia dell’Unione Europea è al lavoro con il commissario al Commercio Sefcovic per azzerare i dazi e dare sostegno a una filiera che valorizza oltre l’80% del latte ovino prodotto in Sardegna, nel Lazio e nella provincia di Grosseto”.
Come Consorzio state valutando mercati alternativi?
Abbiamo progetti internazionali per il Pecorino Romano DOP
“Certamente. La Germania è un mercato strategico per il Pecorino Romano, dal momento che da sola assorbe circa il 28% del nostro export europeo. Ma continuiamo ad operare come è stato fatto negli ultimi anni, guardandoci intorno. Abbiamo progetti internazionali anche in Svizzera, Regno Unito, Giappone, Australia, che è un mercato lontano, ma molto interessante, ricco di opportunità, dove il consumatore è preparato, attento, consapevole. È un mercato, quello australiano, dove dobbiamo confrontarci anche col tema della contraffazione. C’è un formaggio che si chiama ‘Romano’ e che è ottenuto da latte vaccino. Riusciamo a gestire il problema, il consumatore come dicevo è in grado di cogliere le differenze, anche se un accordo di free trade potrebbe aiutarci notevolmente nella tutela del nostro formaggio”.
Qual è il sentiment degli allevatori e della filiera?
“In questo momento, di un mercato che si è stabilizzato. Siamo molto lontani dai problemi del 2019, quando il Pecorino Romano valeva 5 euro al chilogrammo e il latte veniva pagato 70 centesimi al litro. Oggi parliamo di un prodotto che vale 12 euro al chilogrammo, mentre il latte è pagato 1,50 euro. È tutta un’altra storia. Siamo lontani anche dai due anni di picchi che abbiamo registrato, con prezzi del latte che hanno toccato i 2 euro al litro e il formaggio venduto a 15 euro al chilogrammo. Da oltre un anno riscontriamo prezzi stabili e questo sta aiutando a programmare sia le produzioni che le vendite. L’allevatore in questo momento non si aspetta grandi cambiamenti, né in un verso né nell’altro: ma non dimentichiamo che proprio nella stabilità del mercato si rafforzano crescita e sviluppo”.
