Fonni, Sardegna: due storie di pastorizia

L’entroterra Sardo evoca le immagini di una natura “allo stato selvaggio, sotto il sole sfolgorante, nel fiero anfiteatro di granito”, come scriveva Grazia Deledda. Una realtà che abbiamo avuto il piacere di vivere in prima persona a Febbraio di quest’anno.

In questo contesto, a Fonni la pastorizia continua a rappresentare una delle espressioni più autentiche dell’identità sarda. Qui operano Tore Mattu Orroda e Battista Capedda, due allevatori uniti dalla stessa passione, ma con percorsi diversi che ci raccontano la complessità e il valore di questo mestiere.

Tore Mattu Orroda: la forza della continuità

L’allevamento di Tore Mattu Orroda, situato nel territorio di Fonni, conta 210 pecore in lattazione, 60 capi di rimonta e 6 arieti, tutti di razza sarda. Il latte prodotto viene conferito al caseificio Fattorie Gennargentu, contribuendo alla realizzazione di formaggi tipici del territorio.

La sua attività affonda le radici nella tradizione familiare: “in origini l’allevamento era di mio padre,” ci spiega, “mi ha spinto la passione per la campagna e per gli animali.” Un legame profondo che si traduce in una gestione attenta e quotidiana del gregge.

Nel corso degli anni, Tore Mattu ha introdotto alcune innovazioni, come lo sviluppo di prati pascolo supportati da irrigazione e l’installazione di un impianto di mungitura, migliorando l’efficienza aziendale pur mantenendo un’impostazione tradizionale.Tra gli allevatori, sottolinea, esiste confronto e dialogo: uno scambio importante per affrontare le sfide del settore. E proprio in questa prospettiva, evidenzia il valore della pecora sarda, che per decenni è stata al centro dell’economia delle aree interne e che ancora oggi rappresenta un patrimonio da preservare.

Battista Capedda: un ritorno consapevole alle radici

Nell’agro di Fonni opera anche Battista Capedda, titolare dell’Azienda Agricola Sioreo. Il suo allevamento conta circa 300 pecore sarde, di cui 250 in lattazione, e anche in questo caso il latte viene conferito al caseificio Fattorie Gennargentu, dove viene trasformato in diverse tipologie di formaggi.

Il percorso di Battista è diverso: dopo aver sperimentato altri lavori, ha scelto di dedicarsi all’allevamento, vivendo questa decisione come un vero e proprio ritorno alle proprie radici agropastorali. Una scelta che oggi si traduce in un rapporto quotidiano e diretto con la natura.

Gestire un allevamento in questo territorio significa affrontare condizioni spesso difficili: inverni rigidi, nevicate improvvise, vento, gelate e lunghi periodi di siccità estiva. “Ma le difficoltà più importanti sono legate ai continui aumenti dei costi di produzione e la bassa remunerazione del prodotto”, aggiunge Battista. Nonostante ciò, il lavoro offre anche aspetti positivi importanti: “di questo lavoro mi piace il contatto con la natura, sempre stimolante nei suoi vari aspetti e mi consente libertà e autonomia, lo trovo anche molto salutare.”

Entrato in un’azienda già strutturata, Battista ha contribuito a rinnovarla, migliorando impianti e macchinari. Anche lui riconosce l’importanza del confronto tra allevatori, pur evidenziando la necessità di una maggiore organizzazione del settore per rafforzarne l’efficacia.Secondo Battista, allevare in montagna animali che vivono prevalentemente allo stato brado conferisce al latte e ai formaggi caratteristiche uniche, profondamente legate al territorio. Per questo motivo, il patrimonio genetico della pecora sarda — frutto di millenni di adattamento — rappresenta un valore fondamentale da tutelare.

Un patrimonio condiviso

Le esperienze di Tore Mattu Orroda e Battista Capedda mostrano due percorsi diversi, ma convergono in una stessa visione: la pastorizia non è solo un lavoro, ma un elemento centrale dell’identità culturale ed economica della Sardegna interna.

In un contesto complesso e in continua evoluzione, il loro impegno contribuisce a mantenere vivo un patrimonio fatto di tradizione, conoscenza e profondo legame con il territorio.

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